Condividiamo da lanuovaecologia.it
Non c’è la fuoriuscita dalle fossili nell’intesa trovata dopo due settimane di negoziati. Sulla finanza c’è l’impegno a triplicare i fondi per l’adattamento. L’associazione ambientalista critica il ruolo dell’Ue: “ha perso un’occasione per dimostrare la sua leadership sul clima”
Dopo due settimane di negoziati, la plenaria della Cop30 di Belem ha approvato all’unanimità il Global mutirão. Nel testo non c’è il riferimento esplicito alle fonti fossili come il petrolio ma arrivano nuovi spazi di confronto sul taglio delle emissioni. Viene inoltre proposto di triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035.
“L’accordo di Belem, siglato alla COP30, – dichiara Stefano Ciafani presidente nazionale di Legambiente – è inadeguato a contrastare l’emergenza climatica così come è preoccupante il grave passo indietro compiuto sul phase-out dei combustibili fossili. L’Europa ha perso una grande occasione per dimostrare la sua leadership nell’azione climatica globale. Dieci anni dopo Parigi, serviva grande coraggio politico per mettere in campo un’ambiziosa azione climatica globale e per accelerare la transizione ecologica ed energetica nel mondo puntando su un’economia libera da fonti fossili, circolare e a zero emissioni, ma così non è stato. I leader mondiali si sono limitati al minimo indispensabile per evitare il fallimento, a partire proprio dall’Europa che non ha avuto il coraggio e la forza di spingere la Cina a mettersi insieme alla testa di una Coalizione degli ambiziosi, cruciale per costruire un ponte tra Paesi industrializzati, emergenti ed in via di sviluppo, soprattutto in un momento storico in cui sono sempre più crescenti le tensioni geopolitiche e i conflitti”.
Legambiente ricorda che la Cop30 di Belém doveva avviare una nuova stagione dei negoziati sul clima con impegni ambiziosi per contrastare la drammatica emergenza climatica globale, ma così non è stato. “Purtroppo, l’Accordo di Belém – spiega Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente che ha seguito in Brasile il summit – consente solo un passo in avanti sulla giustizia climatica ed un preoccupante passo indietro sul phasing-out dei combustibili fossili, cruciale per poter colmare il crescente divario di ambizione negli impegni nazionali di riduzione delle emissioni climalteranti e mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C dell’Accordo di Parigi. Infatti, se da una parte, grazie alla grande mobilitazione della società civile, nell’accordo si prevede la creazione del Meccanismo d’azione di Belém, il nuovo strumento operativo per coordinare e promuovere la giusta transizione a livello globale, dall’altra, è stato escluso il phase-out dei combustibili fossili, lasciando nell’accordo solo un vago riferimento ad accelerare gli impegni assunti due anni fa negli Emirati Arabi. Senza nemmeno alcun riferimento esplicito alla transizione per la fuoriuscita dalle fossili decisa a Dubai”.
Per Legambiente la presidenza brasiliana non è riuscita a superare il veto dei Petrostati, con in testa l’Arabia Saudita, accettando di escludere dall’accordo la sua proposta di una Roadmap per la giusta transizione per porre fine all’uso dei combustibili fossili, nonostante la roadmap sia stata sostenuta dalla Dichiarazione promossa dalla Colombia e sottoscritta da oltre 80 Paesi, tra cui tutti quelli dell’Unione europea tranne Italia e Polonia. Tuttavia, per raggiungere il consenso necessario per l’approvazione dell’accordo, la presidenza brasiliana si è impegnata parallelamente ad avviare, in collaborazione con la Colombia, una roadmap per il phase-out dei combustibili fossili con tutti i Paesi disponibili. Un annuncio quello della presidenza brasiliana, che per Legambiente, deve essere seguito dai fatti. È fondamentale che l’Europa tutta, a partire dall’Italia, sia tra i protagonisti di questa roadmap il cui lancio è previsto il 28 e 29 aprile del prossimo anno a Santa Marta in Colombia.
Sull’Accordo raggiunto a Belém Legambiente sottolinea l’impegno finanziario inadeguato dei Paesi sviluppati a sostegno delle politiche di adattamento nei Paesi più poveri e vulnerabili. Solo un impegno generico a triplicare risorse entro il 2035, senza una chiara base di riferimento che rischia nei fatti solo di raddoppiare gli attuali impegni entro il 2030, sulla base dell’accordo raggiunto nel 2021 a Glasgow. Rendendo così più difficoltosi gli sforzi per ricostruire la necessaria fiducia con i Paesi più poveri e vulnerabili, fondamentale per superare con successo l’emergenza climatica globale.
Cosa si intende per Global Mutirão?
Dall’inizio dei negoziati, la presidenza brasiliana della COP30 ha invitato il mondo a costruire insieme una Global Mutirão, una grande coalizione globale per l’azione climatica. Non era solo un appello, ma un invito deciso e stimolante a unire le forze in una mobilitazione coordinata, diversificata e trasformatrice. Governi, movimenti sociali, giovani, popolazioni indigene, comunità tradizionali, settore privato, mondo accademico e società civile: per gli organizzatori, tutti hanno un ruolo essenziale in questo movimento collettivo che vorrebbe superare i confini e collegare i territori.
Quella della Mutirão non è una proposta politica, ma un metodo di mobilitazione continua. Durante i negoziati, la presidenza ha lanciato anche una piattaforma ufficiale Global Mutirão all’interno del sito web della COP30, un nuovo punto di accesso digitale per unire e amplificare l’azione per il clima in tutto il mondo. Ispirato alle tradizioni ancestrali brasiliane di sforzo collettivo e solidarietà, il Global Mutirão è un appello rivolto agli individui, comunità e istituzioni di tutto il mondo affinché uniscano le forze per fornire soluzioni climatiche su larga scala.
Proprio con questi presupposti la conferenza voleva essere una vera e propria svolta civile: la creazione di spazi di ascolto attivo, il rafforzamento dei legami tra locale e globale e la valorizzazione della diversità di voci e conoscenze. Una nuova forma di governance climatica: più partecipativa, più giusta, più solidale.