Dal 22 aprile fino al 13 maggio 2026 – dal giovedì al sabato 15.30/19.30
altri giorni su appuntamento: archivio@iginiobalderi.org
Inaugurazione mercoledì 22 aprile 2026 – ore 18.30
Atelier Balderi
Archivio Iginio Balderi, via Ausonio 20 – Milano
archivio@iginiobalderi.org
@archivioiginiobalderi
In occasione della Design Week milanese, contesto privilegiato di sperimentazione e contaminazione tra linguaggi creativi, mercoledì 22 aprile si apre al pubblico alle ore 18.30, presso l’Atelier Balderi di Milano in via Ausonio 20, la mostra collettiva di Marcella Bonfanti, Veronica Picelli e Ruben Spelta “VISIONI SCOMPOSTE”, esposizione a cura di Gabriele Seno.
Una mostra collettiva che riflette sul modo in cui l’immagine contemporanea viene costruita, frammentata e riassemblata attraverso processi visivi complessi, stratificazioni, tecniche e interferenze culturali.
I tre artisti esplorano il rapporto tra caso, tecnologia e stratificazione visiva, dando forma a opere in cui la realtà appare scomposta in livelli, simboli e narrazioni personali. Le opere in mostra generano nuovi immaginari a partire da archivi iconografici, flussi digitali e pratiche manuali, mettendo in dialogo tradizione e contemporaneità.

Macella Bonfanti: “Algoritmo sull’immagine del vuoto 6” – olio su tela – dittico cm 99×66 – 2014
Nel lavoro di Marcella Bonfanti la pittura nasce dalla ripetizione di un segno, un simbolo che si moltiplica sulla tela fino a costruire l’immagine stessa. Questa trama reiterata richiama una logica di tessitura che rimanda a memorie più antiche della rappresentazione, a un sapere arcaico in cui il gesto ripetuto diventa ritmo, spazio e forma. Il tempo della realizzazione diventa così parte essenziale del processo: la superficie pittorica si costruisce lentamente attraverso una ripetizione quasi mantrica che trasforma il gesto in meditazione visiva. Da questa trama emergono paesaggi sospesi, desertici, attraversati da un senso di rarefazione e di attesa. Più recentemente, dalla stessa struttura di segni iniziano ad affiorare presenze animali: figure frontali, attraversate da una forza primordiale e archetipica, il cui sguardo incontra quello dello spettatore. Non semplici soggetti figurativi, ma apparizioni che evocano una dimensione originaria dell’esistenza, un ponte tra il vuoto e la presenza che riporta alla memoria il radicamento profondo dell’uomo nella natura.

Veronica Picelli: “Dash kappei” – 80×80 cm – 2008
La ricerca di Veronica Picelli si sviluppa attraverso un linguaggio che intreccia figurazione, cultura visiva popolare e riflessione filosofica. Partendo da immagini preesistenti — dai personaggi manga alle icone della cultura pop fino agli studi sulla fisionomica di ritratti cinematografici e filosofici — l’artista costruisce una grammatica pittorica basata sulla scomposizione dell’immagine in macro-pixel e moduli geometrici. La superficie diventa così un sistema di segni, simmetrie e stratificazioni in cui pittura acrilica, serigrafia e strumenti digitali dialogano tra loro. Nei lavori più recenti, da fondi scuri e profondi emergono figure evocative generate attraverso processi di sedimentazione visiva. L’immaginario che ne deriva attinge tanto alla tradizione delle incisioni gotiche e medievali quanto alle estetiche della controcultura underground, dando forma a una riflessione sui conflitti interiori e sugli stati psicologici dell’esperienza umana.

Ruben Spelta: “Negativity ruins you” – oil, enamel airbrush on canvas – 60x65cm – 2025
Diversamente il processo creativo per Ruben Spelta prende avvio da una pratica di esplorazione del web guidata dalla casualità: sequenze di caratteri digitati casualmente nei motori di ricerca aprono a un universo imprevedibile di immagini e frammenti visivi che l’artista raccoglie, seleziona e ricompone, costruendo composizioni che spesso assumono un significato personale solo nel tempo, come se l’opera restituisse retrospettivamente tracce della propria esperienza. Questo materiale diventa la base di una pittura fortemente sperimentale, costruita attraverso la compresenza di tecniche differenti — olio, acrilico, aerografo, smalti ed encausto — che convivono sulla stessa superficie in una continua sperimentazione di materiali e linguaggi. L’opera si configura così come un territorio di accumulo e trasformazione, in cui l’immagine emerge progressivamente da sovrapposizioni e interferenze visive. In alcuni lavori l’artista introduce inoltre l’uso del negativo fotografico, invitando lo spettatore a utilizzare lo smartphone per rivelare la versione positiva dell’immagine: un gesto che trasforma il dispositivo tecnologico in parte integrante dell’esperienza percettiva, sottolineando il ruolo ormai organico della tecnologia nella costruzione dello sguardo contemporaneo e rendendolo una vera e propria estensione percettiva dell’esperienza artistica.
In VISIONI SCOMPOSTE, la scomposizione non è soltanto un dispositivo formale, ma diventa una metafora dello sguardo contemporaneo: un modo di osservare il mondo attraverso frammenti, interferenze e livelli sovrapposti di significato. Le opere in mostra invitano lo spettatore a rallentare il processo di visione, a ricostruire le immagini e a interrogare le relazioni tra caso e metodo, tecnologia e manualità, memoria e immaginazione.
Tre pratiche che, pur muovendosi su traiettorie autonome, condividono la stessa tensione verso una visione che non si dà immediatamente ma si forma attraverso il tempo, l’accumulo e la trasformazione.
In questa dimensione la pittura diventa uno spazio di attraversamento tra linguaggi e sensibilità differenti, dove l’immagine, lungi dall’essere definitiva, rimane aperta, instabile si scompone per generare nuove possibilità e viene continuamente ridefinita dallo sguardo di chi la osserva.
– Ivo Balderi –
MARCELLA FABIANA BONFANTI
Italo cilena, nata a Santiago del Cile nel 1979, vive e lavora a Milano.

“Algoritmo sull’immagine del vuoto 3” – olio su tela – cm 100×200 – 2012
testo di Lorella Giudici
(…) I paesaggi dipinti da Marcella Bonfanti: scorci desertici del sud della sua terra, assemblati con una miriade di tasselli che, in una visione ravvicinata, si rivelano essere altrettante versioni ridotte della stessa veduta. Un gioco curioso di micro e macro cosmo, dove il grande e il piccolo sono la medesima cosa, il riflesso moltiplicato e ossessivo dello stesso orizzonte. Il luogo è quello che appartiene ai ricordi, ma ciò che interessa non è tanto l’immagine in sé, quanto il potere evocativo di quei singoli frammenti che, unendosi in un grande puzzle, fanno affiorare ricordi, luoghi e sentimenti geograficamente e temporalmente lontani, ma mai dimenticati. “L’effetto dell’insieme e del particolare, il singolo e il doppio, l’arte fotografica della cultura contemporanea e l’arte tessile d’antiche origini, i colori primari ed i complementari, confluiscono ponendoci di fronte al paradosso degli opposti”, racconta Marcella. In Algoritmi sull’immagine del vuoto l’immagine fotografica utilizzata come bozzetto viene sostituita da uno schizzo di numeri dall’uno al nove che formano un algoritmo; i numeri dal 1 al 9 sono poi vincolati ad altrettante tonalità di grigio. L’immagine riprodotta a olio su tela viene alla luce solo a opera compiuta. “Basandomi su queste equazioni si crea un’operazione all’incontrario: non sono più io a controllare l’immagine, ma i numeri, che fanno arrivare l’artista ad un luogo inesistente, in cui scegliere se stare e ritrovarsi o abbandonarlo e perdersi.” (…)
testo di Eleonora Fiorani
(…) Gli uomini sono il loro territorio, le loro montagne, valli, pianure, cieli, mari. E la terra natale è la memoria di cui sono fatti, una memoria che ricorda il tempo del sogno e delle origini che è sempre presente e insieme assente. E’ il luogo dei canti e delle narrazioni, e quello delle storie e delle vite. Così nelle opere di Marcella Fabiana Bonfanti gli Algoritmi sull’immagine del vuoto, strutturati per ripetizione e moltiplicazione di piccoli tasselli tutti uguali, danno vita a forme nelle diverse tonalità dei grigi. Sono una scrittura astratta, una lingua della mente, visioni di immaginari e misteriosi paesaggi del silenzio, generati da un algoritmo come se la visione fosse sfocata dall’uso di una lente. Così che le immagini ci appaiono dotate di un fascino misterioso, che può assumere anche valenza mistica e onirica come sappiamo dalla lunga tradizione dell’estetica della sfocatura e dalla sua presenza nell’arte: dalle nuvole velate, con cui con brevi pennellate avvolgeva i suoi paesaggi Monet, alle immagini stilizzate dei fiori di Georgia O’Keeffe, alle immagini fotografiche in cui volti e figure riaffiorano cercando faticosamente di sopravvivere al deterioramento della memoria o del materiale di Marialba Russo, di Natale Zoppis, di Eric Rondepierre. E qui nelle tele di Marcella acquisiscono il senso trattenuto della nostalgia, di un assente-presente, di un presente-assente. Una lingua della mente che ritroviamo nei 33 simboli dipinti su una griglia e resi visibili dalle ombre e punti di luce di cui i puntiformi spilli delineano le forme (…)

Senza titolo – olio su tela – polittico 9 pz – tot cm 180×180 – 2004
testo di Ughette del Mauro Zunino
(…) L’artista costruisce un’immagine attraverso la moltiplicazione della stessa in piccole tarsie che, nel loro montaggio, conformano l’opera. Lo spettatore è chiamato ad osservare come questi tasselli costituiscono un organismo, che invita a percepire la forma per scoprire il messaggio. L’ immagine scattata con l’obiettivo fotografico è rielaborata sulla tela con un procedimento analogo all’ancestrale tessitura indigena. Ispirata a queste pratiche, ma anche alle tecniche fotografiche odierne, l’opera invita a riflettere sulla struttura dell’immagine. Ciò che sorge da un fotogramma è reso come un dipinto a mano, ciò che vediamo come un sistema industriale, è sulla tela, frutto del mestiere pittorico. Osserviamo quindi, una trama di svariati pixel che fatti ad arte sembrano restituire l’aura perduta nell’era della riproducibilità tecnica. Le tele, legate ad una sorta di rituale, nell’elaborazione pensata e precisa, richiedono una partecipazione contemplativa del fare artistico, destando ulteriori interrogativi. Ogni opera è formalmente una e molteplice ed invita visivamente apercepire i suoi elementi costitutivi. L’effetto dell’insieme e del particolare, il singolo e il doppio, l’arte fotografica della cultura contemporanea e l’arte tessile d’antiche origini, i colori primari ed i complementari, confluiscono in queste tele, ponendoci di fronte al paradosso degli opposti.
Bonfanti afferma di cogliere dalla filosofia taoista, senza pretese di religiosità, la natura del dualismo e quindi le leggi della complementarietà degli opposti nella realtà. Questo principio, che secondo tale pensiero è raggiungibile attraverso l’intuizione, rivela che concetti all’apparenza contrapposti, sono in perenne dialogo tra loro, determinando l’uno lo stato dell’altro. In una griglia di spunti, la tessitura arcaica si unisce ad influssi colti da correnti contemporanee. Tessuto mapuche, Arte cinetica, Op art, Arte Pop, Arte elettronica, e tecnologia virtuale, fondano un deposito visuale ed operativo, che funge da referente per la poetica dell’artista. In questi dipinti, come nei manufatti tessili che li hanno ispirati, il tessuto visivo si annoda, si dispone in frammenti orditi tra loro, presentandoci persone, paesaggi, segni che parlano di un mondo lontano, antico ma allo stesso tempo attuale. (…)

“CMYK” – olio su tela – cm 150×150 – 2006
testo di Mariano Malacchini
(…) Le opere per la Mostra “CMYK” fanno parte di un’investigazione di tre anni sui colori primari e i suoi complementari. Questo minuzioso lavoro cromatico dell’artista si regge sull’abbinamento del Cyan-ciano, Magenta, Yellow-giallo e Key-nero e principalmente nell’assorbimento della luce, ci fa percorrere nel tempo lavori plastici di importanti artisti, dal lontano puntiglismo fino ai più recenti Vasarely, Riley, Stella, Albers, Noland della Op Art e la nostra grande artista cilena, mondialmente riconosciuta per i suoi lavori cinetici, Matilde Pérez. Anche se sembrerebbe che il movimento reale sia assente nelle sue opere, giochi di luce che animano dall’interno ogni microrilievo donano scintillii di luce che si abbinano continuamente a seconda dell’angolo del nostro sguardo, creando un movimento interno e una vitalità propria. I contrasti, i giochi di luce e ombra, l’impercettibile definizione di ogni reticola necessitano dell’altra parte per comporre il tutto, tanto quanto una certa distanza per concepirlo nella sua totalità. Le opere di Marcella Bonfanti ci fanno presente che ogni avvicinamento alla verità, a una percezione integra e certa del reale, obbliga a prendere distanza, rispetto, distacco, a una costante , a creare spazi intermedi per poter conciliare quella che ci permette un vero conoscimento statico ed estetico dell’ che si affaccia alla nostra percezione come mistura di piccoli impercettibili e indefinibili microcosmi che, piano piano, con l’incremento della giusta distanza e distinzione, ci rivelano quel macrocosmo che tutto lo raduna, spiega e compone.
Sguardi di luce che compongono e svelano quella vita che percorre ogni infimo particolare dando forma a figure che emergono dalla paziente e meticolosa composizione dell’artista. Una continua, inconsumabile di-strutturazione e ri-strutturazione, visto che niente, anche in un lavoro artistico che possa in un certo senso nascere dalla fotografia, possa rimanere in assenza totale di movimento reale. Dal piccolo al grande, dagli opposti all’armonia di un’unità non statica ma dinamica e viva, dall’impercettibile a un’infinita sensazione euforica che sublima e supera l’immagine in sé. Tutto sembra in lei un che non nasconde l’intramato buio e sofferente, e ci lascia infine l’esteticizzata percezione di un Uno simbolico, luminosamente idealizzato.
testo di Francesca Zardini
(…) Di questa artista colpisce una tecnica pittorica che ci riporta alla memoria, indimenticabile, sublime, dal tocco indelebile, indefinibile e inconfondibile degli impressionisti francesi. Nei giochi di luce, nel chiaroscuro, nella distribuzione del colore, in quelle immagini che riusciamo a mettere a fuoco solo se ci poniamo a una certa distanza, e lì restiamo, osserviamo, ci immergiamo rapiti da un mondo che si apre e si chiude, un universo di “contrasti, trame, intrecci, memorie”, come ama dire l’artista. Volti e icone moderne vengono trasportati sulla tela grazie a un lavoro preliminare e meticoloso, elaborato al computer, che scompone ogni immagine in un unico pixel; la particella visiva, l’unità che il pixel mette in evidenza, non viene poi semplicemente riprodotta: l’artista la ricrea sulla tela apponendo un sigillo. Ogni reticolo presenta, in rilievo, scolpita dalla materia pittorica e minuziosamente impressa dalla capacità della pittrice, l’idea completa, fonte dell’ispirazione iniziale, preludio alla trasformazione finale. Si concretizza così, attraverso un punto di vista pittorico, una figura retorica forse più nota in ambito letterario: la “metonimia”, o meglio ancora la “sineddoche”. Ogni frammento indica una parte per il tutto e presenta la metamorfosi soggiogata dall’immagine iniziale, attraverso l’interpretazione proposta dall’artista; la composizione completa è il risultato di una somma di metonimie, di miniature senza le quali l’opera sarebbe incompleta, una sequenza di elementi indispensabili riuniti in una catena, per citare la filosofia taoista tanto apprezzata dall’artista. Di fatto, questi sigilli, queste metonimie, conferiscono all’operauna luce che cambia a seconda dell’angolazione, creando materie che illuminano il tono di fondo, siano essi scale di grigi o colori più tenui: una luce che questi micro-rilievi accendono per esaltare l’attesa, la riflessione, il contrasto, il chiaroscuro; sigilli identici e al tempo stesso diversi ogni volta, poiché scolpiti uno a uno dalla pittrice. Parliamo di una tecnica che impone all’artista di soffermarsi su ogni retina della composizione per imprimere in ciascuna l’idea del mosaico completo, che emerge alla luce in modo tenue e discreto; a una certa distanza invita l’osservatore a muoversi sempre di più e, ogni volta che si avvicina, la visione d’insieme della tela (generalmente le tele di Marcella Bonfanti sono piuttosto grandi) svanisce, mentre rifioriscono le singole retine, i riquadri, i pixel originari. Si tratta di una scomposizione-ricomposizione della realtà che lascia intuire il piano filosofico e ideologico, molto chiaro nella poetica di Marcella Bonfanti: dalla griglia della tela all’assemblaggio di particelle perfette, alle trame dei sogni, agli incroci di ricordi e credenze, alle allusioni a popolazioni, a frasi incomplete e vaghe; e l’attesa conduce lo spettatore a comunicare con sé stesso, con la propria fantasia, con la propria coscienza.
testo di Marìa Paz Peirano
(…) Nell’opera di Marcella Bonfanti emerge un chiaro riferimento alla componente umana della metropoli. L’artista si immerge nei visi che si incrociano, si disordinano e si sovrappongono nello sciame eterogeneo della città; nelle persone che costruiscono connessioni, passaggi fuggevoli, affetti e relazioni, analogamente ai fili di un complesso tessuto sociale. Il lavoro di Bonfanti esprime la tensione propria della vita urbana attraverso i volti di questo intreccio collettivo. Il ritmo accelerato, i consumi, la molteplicità degli stimoli visivi, l’immediatezza e la comodità della vita metropolitana si manifestano come una traccia ambigua sospesa tra piacere e disagio, tra edonismo, angoscia e stress. In questo scenario gli occhi si chiudono davanti all’incandescenza delle luci e cessano di rivolgersi verso se stessi. La memoria si disperde e si diluisce, generando la necessità di ri-tessersi attraverso i fili del ricordo: frammenti della storia personale il cui intreccio costruisce l’identità dei volti che si incontrano quotidianamente, formando reti relazionali che danno origine al nostro volto sociale. Gli autoritratti entrano così in un gioco di affetti e difetti dell’esperienza urbana: individui pixelati e pennellati, tessuti manualmente attraverso uno sguardo mediato dal virtuale. Da un lato, l’artista si confronta con lo schermo del computer, che costruisce l’immagine di un volto a lei familiare — se stessa, amici o parenti — mediante l’unione di piccole unità cromatiche. Ogni pixel diventa elemento costitutivo della memoria personale e sintesi dei molteplici volti della città, accessibili attraverso l’impiego della tecnologia multimediale. Dall’altro lato, l’artista affronta la tela nuda, tentando di tradurre quella visione digitale in un processo umano, artigianale e ancestrale, confrontandosi con l’immagine di un volto composto da minime unità di colore. Nella pittura si genera così un momento di incontro con il sé, una pausa all’interno dell’agitazione urbana: un riposo effimero che consente di verificare lo sguardo attraverso cui l’esperienza della città viene continuamente ricostruita. In questa prospettiva, il lavoro manuale si configura come una riappropriazione di immagini originariamente costruite senza intervento diretto, sostenute dalla virtualità tecnologica ma riattivate attraverso il gesto pittorico. Tale processo apre nuove possibilità creative e permette all’artista di elaborare una reinterpretazione critica del contesto entro cui si sviluppa la pratica artistica stessa.
VERONICA PICELLI
Nata a Desio (MB) nel 1981, dove vive e lavora.

Tongues – 70×240 cm – 2012
testo di Rachele Ferrario
Dai manga giapponesi ai videogiochi, dalla pittura alla tecnologia.
I dipinti di Veronica Picelli, provengono dalle immagini contemporanee che si ritrovano nei computer, nella realtà dei mass media e nella fotografia digitale, da cui l’artista seziona e cattura i particolari più efficaci da trasporre sulla tela.
Alla Galleria Seno sono esposte per la prima volta una decina di opere della giovane esordiente, che proviene dall’Accademia di Brera, dove negli ultimi anni si è formata una vera e propria “tendenza artistica” delle nuove generazioni e dove, con le sue opere a metà fra pop art e immagine virtuale, fra tradizione e innovazione, ha già vinto il primo premio nell’ambito dell’edizione di Salon Primo 2004.
“Le immagini massmediologiche di Veronica Picelli -scrive Leonida De Filippi- creano un intelligente legame tra realtà e finzione, tra fumetto e icone tipiche della nostra contemporaneità, generando una nuova visione tra idea e percezione, velocità e lettura del reale nel processo tra ideazione e realizzazione.
L’immediata comunicazione cela un processo mentale estremamente sottile, una lettura sociologica e personale della realtà che la e ci circonda e che ci restituisce attraverso la sua pittura.
Le opere selezionate nella mostra, tra cui spiccano per intensità espressiva le ultime dedicate al logo della Apple: da una parte seducono chi osserva, dall’altra mettono in guardia rispetto al mondo claustrofobico della rete e del digitale che la giovane artista restituisce nel particolare taglio dell’immagine dei pixel reticolati a mosaico.

Urania – 60×70 cm – 2010
testo di Guia Cortassa
Era il 1814 quando il pittore giapponese Hokusai, per definire i suoi disegni ironici e disimpegnati, coniava il termine Manga. Il neologismo nasceva dall’unione di “man”, divertente, e “ga”, immagine, e definiva un vero e proprio genere pittorico, fatto di scenette stravaganti e fini a sé stesse, di origini ben più antiche – si pensa addirittura risalisse al 1200 – ma fino ad allora mai codificato.
Uno slittamento di significato difficilmente individuabile, e la parola Manga diventa ben presto sinonimo di “fumetto”, acquisendo così una valenza sinestetica, aggiungendo al codice dell’immagine quello della serialità e del tempo, e diventando così “Arte sequenziale”, definizione forgiata da Will Eisner nel 1985 per i comics.
Veronica Picelli, con i suoi quadri, recupera una tradizione centenaria: appropriandosi degli stilemi tipici dei manga contemporanei, riporta i fumetti giapponesi alle origini, a quella pittura ondeggiante che rese immortale il maestro Hokusai. Le eroine degli shojo manga, avvenenti adolescenti nipponiche, regine di un genere paraletterario ben definito nell’universo del fumetto, diventano le protagoniste di un nuovo dipingere, icone racchiuse in una gabbia di macro pixel, fluttuanti dietro la superficie costellata di forme geometriche, che ne disegna la fisionomia, portando alla stilizzazione massima l’immagine, e ritrovando la classicità della lenta composizione del mosaico. Sfondando i confini di tradizioni millenarie e remote tra loro, arte nipponica e tecnica mediterranea si combinano tra loro, in un crossover inedito e contemporaneo.
Non solo le giovani shojo, ma anche i puppets di famosi Mecka, robot star di famosissimi anime – o cartoni animati che dir si voglia. I Mecha – traslitterazione anglofona del termine giapponese – infrangono le celle della sfaccettatura regolare per affiorare oltre, oltrepassano la barriera del disegno, forti dei loro poteri meccanici, per raggiungerci e salvarci. Sono simboli generazionali, quelli che campeggiano sulle tele di Veronica Picelli: chiunque sia stato bambino negli anni Ottanta non può non riconoscervi gli eroi della propria infanzia, e le celeberrime icone che hanno segnato il decennio. Le Big Babol, onnipresenti in ogni zainetto, ritornano alla ribalta nei quadri della giovane pittrice, frammentate nella quadrettatura tipica del suo linguaggio, così come la mela addentata della Apple Computer, diventata ormai uno degli stereotipi della logotipizzazione, o i colorati confetti delle caramelle Mentos, assurti ormai a emblemi cult anche grazie all’omaggio reso loro dai Foo Fighters.Unendo al cromatismo tipico dei pittori veneti, il bel disegno di scuola toscana, e adattando la tradizione della sto- ria dell’arte rinascimentale italiana ai segni della contemporaneità, Veronica attualizza la pittura e la riporta in auge, rendendola del tutto odierna e aggiornata, usando la tela come un monitor, fondendo optical e pixel art, e creando un nuovo classico. Il colore preciso e netto, il chiaroscuro creato con i giochi di profondità del reticolo geometrico, il tratto regolare, fanno di Veronica Picelli la portatrice della bandiera di una nuova arte italiana possibile: dalla figurazione svecchiata e non stantia, dalla grande raffinatezza e capacità tecnica, ma, soprattutto, capace di affidarsi alla tra- dizione pittorica senza negare l’occhio del proprio tempo. Così, le donne eroiche della tradizione letteraria classica, forti e fautrici del proprio destino, anche a costo di lottare contro il fato avverso, assumono le sembianze delle dive giapponesi dei fumetti, per ritrasformarsi in modelli del presente. Medea, la moglie vendicatrice, Circe, la seducente maga, maliziose e piene di stile, ammaliano, affascinanti e magnetiche tanto quanto spietate e decise. E aprono la strada a tutte le donne combattenti della nuova Era. Donne che fanno della passione, della vita, della musica, dell’arte e della lotta la propria esistenza; che non smettono di credere mai in quello che fanno, pronte a sacrificarsi per i propri ideali, mai disposte a chinare la testa. Giovani, belle, e intelligenti. Irresistibili.

Freud – 110×110 cm – 2014
testo di Valerio Dehò
Pur giovanissima, sembra aver digerito sia la lezione della pop art che quella dell’arte digitale, pur inseguendo comunque e sempre la Pittura.
E con la sua pittura attraversa le tecniche, le fonde magicamente in qualcosa di unico, trasformando i riflessi digitali della realtà in un trompe l’oeil. Il suo universo fatto dai pixel, come da canone, è però esclusivamente dipinto e volti e loghi appartengono alla medesima sostanza: Omnia pictura vicit!
Non vi sono parafrasi.
Qualsiasi mondo si possa mettere davanti ad una artista come la Picelli, sarà pur sempre ricondotto alle ragioni della pittura.
Sul digitale sembra avere peso una sorta di difetto d’origine.
Il passaporto lo fornisce la pittura, per entrare nell’eterno modo delle apparenze, ed il digitale deve subire la traduzione nel linguaggio iconico.
RUBEN ANGELO SPELTA
Italo colombiano, nato nel 1995 a Milano dove vive e lavora.

“Fiero di me?” – airbrush, oil on canvas – 99x118cm – 2025
testo di Giacomo Spazio
Ruben Spelta è decisamente un eclettico pittore di narrazioni fallaci.
L’esposizione “Italians do it worse” (Gli italiani lo fanno da schifo) lo dimostra.
In alcuni di questi lavori, Ruben utilizza immagini ottenute attraverso l’introduzione casuale di monosillabe e/o parole prive di senso nella barra di ricerca del browser, quindi opera una selezione veloce e, affidandosi alla sua sensibilità, le giustappone.
Così, interpretando in modo uniforme le informazioni ambigue emerse, attraverso la pittura ricostruisce una realtà ex-novo.
“I problemi sono altri” – acrylic and oil on canvas – 90x128cm – 2025
In altri lavori, invece, opera uno scarto visivo e si affida brutalmente alla pareidolia, che è la tendenza a vedere cose che non ci sono, ma che il nostro cervello interpreta come significative e/o familiari. In questo modo estremo, ironico e giocoso, totalmente guidato dalla casualità, Ruben ci lascia liberi di interpretare e di dare soggettivamente senso alle sue raffigurazioni e, nello stesso tempo, probabilmente, anche al mondo iperreale che ci circonda.
Ruben Spelta (Milano, 1995) è sia skater che pittore.
La sua fama come skater è cosa nota nell’ambiente sportivo, mentre la sua debordante creatività nel dipingere è ancora nascosta.
In questo primo solo show, Ruben ci mostra una piccolissima parte della sua ricerca in ambito pittorico, quella probabilmente più ironica e piena di Ollie, Kickflip e Nosegrind.
“Bellezza infranta” – acrylic, airbrush, enamel, oil, encaustic on canvas – 50x60cm – 2025