di Michele Infantolino
Le guerre in corso (come quelle in Ucraina, nel Medio Oriente o nella prolungata crisi palestinese) hanno fortemente messo in secondo piano l’ecologia e la tutela dell’ambiente. L’attenzione globale si concentra, comprensibilmente, sulle vittime, sugli equilibri geopolitici e sulle emergenze umanitarie; nel mentre, però, i danni ambientali – spesso gravi e duraturi – ricevono scarsa visibilità. I conflitti moderni, banalmente, non distruggono solo le città, le infrastrutture e non causano solo sofferenze locali alle popolazioni coinvolte, ma accelerano inevitabilmente anche la crisi climatica.
L’impatto sul clima è particolarmente pesante. Nei primi tre anni di guerra in Ucraina sono state emesse circa 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità superiore alle emissioni annue del Paese prima del conflitto, nonostante il crollo della produzione industriale subito dallo stato ucraino. Incendi delle foreste, distruzione degli impianti energetici, uso massiccio di carburanti per i mezzi militari e per la produzione di armi contribuiscono in modo significativo. A ciò si aggiungono i disastri indotti dalle strategie belliche, come la distruzione del bacino del Dnepr con il conseguente allagamento di un intero ecosistema nelle piane intorno a Kherson.
Anche nel conflitto a Gaza i primi mesi hanno generato centinaia di migliaia di tonnellate di CO₂, con la futura ricostruzione destinata ad aumentare ulteriormente il totale. Queste emissioni, dirette o indirette che siano, influiscono non poco sul riscaldamento globale, mentre l’inquinamento dei suoli, dei fiumi e dei mari riduce la capacità della natura di assorbire l’impatto ambientale derivante dalle bombe.
Un esempio recentissimo e chiaro è l’incendio della raffineria di Tuapse, sul Mar Nero russo, colpita più volte da attacchi ucraini nell’aprile 2026. Le fiamme prolungate hanno rilasciato enormi nuvole di fumo tossico, causando “piogge nere” oleose che hanno imbrattato case, strade, boschi e spiagge. Le autorità hanno rimosso oltre 13.000 metri cubi di carburante e di terra contaminata, ma il petrolio si è riversato nei fiumi limitrofi e nello stesso Mar Nero, creando chiazze inquinanti, compromettendo le falde acquifere e minacciando la vita marina e l’intero ecosistema, in maniera non dissimile dai disastri ecologici alla Exxon Valdez. Gli esperti parlano di una catastrofe regionale con conseguenze che potrebbero durare decenni; tra l’altro, lo stato di guerra rende ancora più difficoltoso il calcolo preciso dei danni creati ma soprattutto l’implementazione di manovre coese e rapide che possano dissipare il danno ambientale.
Allargando il ragionamento, possiamo notare come negli ultimi anni si siano verificati preoccupanti passi indietro nella tutela ambientale. Gli Stati Uniti, spinti soprattutto da ragioni economiche, avevano perlomeno assunto un ruolo di guida nella transizione ecologica, insieme all’Unione Europea e alla Cina, puntando sugli investimenti verdi e fissando una serie di standard internazionali. Con l’amministrazione Trump, però, è tornata invece una forte deregulation rimembrante degli anni ‘80, con la revoca di norme chiave sulle emissioni, i tagli ai finanziamenti per le energie pulite ed un ridimensionamento totale degli impegni globali (vedasi Protocollo di Kyoto). Questo approccio ha creato un “liberi tutti” che indebolisce, forse in maniera definitiva, il controllo internazionale sull’inquinamento e spinge altri Paesi a privilegiare la sicurezza energetica nazionale rispetto alla protezione dell’ambiente sovranazionale.
L’ONU svolgerebbe, in questo frangente, un ruolo importante nella governance ambientale durante e dopo i conflitti. Attraverso il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) avrebbe la possibilità di realizzare una coerente valutazioni dei danni; ha elaborato linee guida e principi giuridici – gli strumenti, in pratica, esisterebbero già. Tuttavia, la loro efficacia è limitata, quando non totalmente annullata, dai veti delle grandi potenze, con gli USA di Trump in prima fila, e dalla atavica mancanza di strumenti vincolanti per gli Stati nazionali.
Le organizzazioni sovranazionali potrebbero agire già oggi con misure concrete, tra cui il rafforzamento del monitoraggio satellitare indipendente sui danni ambientali, l’implementazione della protezione della natura nei mandati delle missioni di pace, la creazione di un fondo internazionale per la bonifica post-bellica ma soprattutto la spinta verso un protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra dedicato alla tutela ambientale nei conflitti. Come detto sopra, però, è inutile illudersi: in questa fase storica guidata dall’oligopolarismo non esiste una struttura sovranazionale capace di fermare il predominio di chi manifesta aggressività in barba al rispetto per il nostro mondo.
Eppure, degli esempi di ecologia climatica attuabili sin da oggi esisterebbero già, ed includono il coinvolgimento delle comunità locali, i programmi di rimboschimento per stabilizzare i terreni e ripristinare gli assorbitori di carbonio, la gestione attenta dei detriti di guerra per evitare l’inquinamento da metalli pesanti e la progettazione di ricostruzioni sostenibili. In Ucraina e a Gaza, ad esempio, i progetti di recupero di aree verdi, il ripristino di zone umide e lo sviluppo di energie rinnovabili locali sarebbero possibili; è l’enorme paradosso della nostra società. Abbiamo tutti i mezzi tecnologici e tutte le conoscenze scientifiche, rispetto a 50 o 100 anni fa, per proteggere realmente il nostro Pianeta. Eppure, continuiamo a farlo sanguinare.