di Michele Infantolino
In un’Italia segnata dalla frammentazione sociale, dalla stagnazione economica e dalla polarizzazione culturale, la ricostruzione di una sinistra credibile non rimane un esercizio nostalgico, ma una necessità storica. Non si tratta di resuscitare alcune vecchie liturgie ideologiche, bensì di ridisegnare un progetto politico radicato nella realtà del 2026 con la consapevolezza di cosa abbia sempre voluto dire “sinistra”. Viviamo in un mondo segnato dall’intelligenza artificiale, dall’invecchiamento demografico e dagli squilibri globali; elementi che richiedono una nuova visione ed un ritorno alle radici socioculturali di Grasci e Polanyi. Una sinistra, in sintesi, che sappia interpretare la complessità senza cedere né al populismo né al tecno-liberalismo acritico.
Primo pilastro: l’innovazione. L’AI non è più solamente una semplice tecnologia che incuriosisce, sta diventando un mutamento antropologico che ridefinirà il lavoro, la creatività e le gerarchie sociali. Come ammoniva già Joseph Schumpeter, il capitalismo sopravvive grazie alla “distruzione creatrice”; oggi quella distruzione è esponenziale, senza controllo, ancor più spinta dell’avvento di internet e della globalizzazione. Una sinistra moderna dovrà pertanto prepararsi al futuro del lavoro investendo massicciamente nei concetti di formazione continua, di un reddito di base condizionato al cosiddetto “upskilling” (torneremo nel quarto pilastro sull’argomento) ed in politiche attive che accompagnino la transizione. Allo stesso tempo, occorre affrontare l’invecchiamento medio della popolazione – l’Italia è tra i paesi più “vecchi” del pianeta – e calibrare l’immigrazione e le politiche di natalità con lucidità demografica, senza ricorrere a qualunquismi e dibattendo la tanto vituperata “cultura dell’invasione” tanto cara alla destra nostrana. In pratica, parlo non di quote ideologiche, ma di strategie tarate sui bisogni produttivi e sulla coesione sociale, che sappiano risolvere gli immediati problemi del melting pot culturale pensando a lungo termine. Come scriveva Amartya Sen nei suoi studi sulle capability, la vera libertà consiste nello sviluppare le proprie potenzialità; l’innovazione deve essere al servizio di questo fine umano, non di una nuova divisione tra le élite tecnologiche e le enormi masse residuali.
Secondo pilastro: lavoro. La sinistra ha talvolta ceduto alla retorica assistenziale fine a se stessa, dimenticando la propria vocazione originaria. Occorre ritornare a una cultura del lavoro che premi chi produce e chi si impegna, tutelando parimenti impresa e lavoratore. Aziende che investono in Italia, creano occupazione stabile e pagano le tasse sul territorio devono essere la prassi, altro che i grandi capitali finanziari che inglobalo il know-how nostrano per poi andare a produrre in Paesi terzi. Ai tempi l’Olivetti creava i primi semiconduttori, il farmaceutico italiano indicava la via, l’industria aerospaziale europea si appoggiava su Alenia, Aermacchi e così via. Oggi è rimasto solo una scatola vuota dell’impianto che fu. Accanto al rinnovamento industriale, fondamentale diventa la lotta per un salario minimo dignitoso, indicizzato e accompagnato dalle politiche di defiscalizzazione sul lavoro (bastone e carota, in pratica); dove è stato già applicato, il salario minimo ha del resto rappresentato uno strumento di civiltà, non di livellamento. Combattere l’inflazione e il caro-vita diventa l’argomento direttamente successivo, nonché la premessa economica per qualsiasi lotta di giustizia sociale. John Maynard Keynes ricordava che “l’idea che l’economia debba essere lasciata al mercato senza regole è una pericolosa illusione”; ma altrettanto illusoria è la pretesa di sostituire il lavoro coi sussidi indiscriminati. Il lavoro resta il principale veicolo di dignità e di integrazione, ed ha bisogno di una visione politica onnicomprensiva degli aspetti in gioco.
Terzo pilastro: il welfare. La sanità pubblica italiana versa in condizioni drammatiche, con liste d’attesa interminabili, carenza di personale e disuguaglianze territoriali crescenti. Le zone periferiche e rurali, abbandonate anche per questo al risentimento e spesso al populismo di destra, chiedono da anni forme di attenzione concreta. Ricostruire un welfare universalistico ma efficiente significa investire nella medicina territoriale, nella prevenzione ed in infrastrutture digitali per la telemedicina, senza cedere alla privatizzazione selvaggia à la Stati Uniti d’America né. Come suggeriva Norberto Bobbio, la sinistra deve difendere i “diritti di libertà” insieme ai “diritti sociali”, perché senza salute e senza cura del territorio la libertà rimane un privilegio di pochi, e soffoca qualunque pretesa di lotta per il miglioramento delle masse indigenti.
Infine, cultura e scuola. Il rinnovamento del corpo docente, l’aggiornamento radicale dei programmi scolastici ed il ritorno ad una politica culturale ambiziosa sono indispensabili. Una scuola che formi una generazione di cittadini critici, non di meri utenti di algoritmi (il suddetto upskilling, appunto). Una cultura che torni ad apprezzare l’arte libera, controcorrente, capace di sfidare il conformismo contemporaneo. Jürgen Habermas parlava di “sfera pubblica” come luogo di confronto razionale: l’Italia ha bisogno di ridare spazio al dibattito, al pensiero complesso, alla bellezza non omologata. La scuola non può essere un parcheggio sociale o un ruolo di formazione mestierante e niente più; deve tornare ad essere (non lo è mai stata realmente) la fucina del merito e delle opportunità. Deve essere, in sintesi, la prima arma contro la paralisi della scala sociale.
Ricostruire una sinistra su questi quattro pilastri – innovazione responsabile, lavoro dignitoso, welfare efficiente, cultura viva – significa abbandonare sia il massimalismo sterile alla Beppe Grillo che il moderatismo senza anima del periodo renziano. Significa, in ultima analisi, tornare a credere che la politica possa ancora orientare il cambiamento anziché subirlo. L’Italia, con la sua storia di ingegno e di solidarietà, ha tutte le risorse per riuscirci. Serve solo il coraggio di una nuova generazione di persone capaci di pensare il futuro senza paura del presente.