Ci sono luoghi in cui il tempo sembra fermarsi per dare spazio all’ascolto, e storie che aspettano solo la voce giusta per tornare a vibrare. A Querceta, tra le pareti intime della “Fioreria delle Storie”, Elisabetta Salvatori ha saputo creare un presidio culturale unico, un piccolo teatro dove la narrazione si fa rito collettivo. Con il suo nuovo libro Voci nella mia voce, l’attrice e autrice versiliese raccoglie sei dei suoi testi più intensi, trasformando la pagina scritta in un custode di emozioni, drammi e memorie del nostro territorio. L’abbiamo incontrata per farci raccontare come nascono queste voci.
Dall’effimero della scena alla permanenza della pagina scritta. Come è nata l’esigenza di fissare in un libro queste sei storie e che effetto fa vedere le proprie “voci” recitate diventare testo da leggere?
Un po’ mi fa effetto, perché le ho pensate con la voce e con tante pause, e sulla carta queste spariscono, ma ognuno le farà sue come crede: potrà leggerle o provare a recitarle. Ho deciso di pubblicare i miei monologhi, partendo da quelli che riguardano la Versilia, perché mi sembra che attraverso piccoli dettagli che sono in queste storie, si possa scoprire lati più nascosti di questa terra tanto frequentata, anche molto amata, ma non troppo conosciuta. Il mio lavoro è minimo, proprio poco, ma quando a volte qualcuno nel pubblico mi dice che si è emozionato, allora mi viene un grande desiderio di scavare e portarne alla luce molte altre.
Il tuo lavoro parte sempre da una ricerca meticolosa: parli con i testimoni, scavi nei ricordi, raccogli frammenti di vita. Come capisci che una storia apparentemente minima o dimenticata ha in sé la forza per diventare un racconto universale?
In alcuni casi, come per la strage di Sant’ Anna, o quella alla stazione di Viareggio è subito chiaro, che sono storie accadute qui, ma universali. In altre, come ‘La Bella di Nulla’, o ‘La bimba che aspetta’ all’ inizio avevo un po’ il timore che potessero interessare solo la gente di qui, e che non venissero apprezzate le parti in dialetto, poi i timori se ne sono andati, perché entrambe queste storie mi commuovevano molto…e l’ emozione passa e non appartiene a paesi o luoghi quella è davvero universale.
La “Fioreria delle Storie” a Querceta è un luogo magico, un ex negozio di fiori trasformato in un teatro intimo. Quanto influisce questo spazio così raccolto e il contatto quasi fisico con il pubblico sulla tua transizione da ricercatrice a narratrice?
Lo spazio ristretto, il contatto che se allunghi un braccio tocchi lo spettatore è una dimensione un po’ più lontana dal Teatro e vicina alla cucina o al salotto di casa. È un intimità che mi permette sia di raccontare che di raccogliere storie, perché più volte, anche dopo uno spettacolo, è accaduto che qualcuno, mi abbia raccontato una sua storia familiare o del paese, perché tramandandone la memoria io poi la custodissi. La memoria è quella che fa senso al mio lavoro. Racconto storie, persone, vicende per farli ricordare, per mantenerli vivi.
Nelle tue narrazioni la Versilia emerge in tutta la sua forza, lontana dai cliché balneari: si parla del lavoro in cava, della tragedia di Sant’Anna di Stazzema, della strage di Viareggio. Che valore ha per te la memoria storica di questa terra e come si concilia il dolore di questi drammi con la poesia del tuo racconto?
Si poesia e dolore si conciliano e insieme arrivano dritti alle emozioni e alla coscienza. Il teatro da voce, può diventare teatro civile, permette di esprimere pensieri, punti di vista, posizioni è un impegno, un valore, una responsabilità. A volte mi sento piccolissima con queste storie enormi e non sono io che gli dò voce,vsono loro che mi parlano e mi aiutano a guardare il mondo con occhi diversi.