Aprile 18, 2024

SCHEDA 12 – a cura di Giuseppe Cordoni

LA VERSILIA DEI CAMPI, DEGLI OLIVI E DELLE SELVE. LA DECADENZA DELL’AGRICOLTURA SUL TERRITORIO VERSILIESE: DEPAUPERAMENTO DI RISORSE UMANE E DEGRADO AMBIENTALE. E SE FOSSE PROPRIO ANCHE IL SUO RILANCIO UNA DELLE IPOTESI COSTITUTIVE DELLA CITTÀ DI DOMANI?

Descrivere lo stato d’abbandono e devastazione dell’assetto agro-ambientale sull’odierno, intero territorio versiliese, consente di cogliere in tutta la sua drammatica evidenza una delle modificazioni antropologiche più disastrose qui provocate dall’umana ingordigia in quest’ultimi cinquant’anni. Erano accorsi più di venti secoli (dalle prime centuriazioni romane alle ultime bonifiche del primo Novecento) a plasmare (scolpire!), “antropizzare” il volto di questo paesaggio secondo un ordine e un’armonia davvero irripetibili.

Dalla montagna più aspra alle spiagge più desolate, una terra del tutto inospitale era stata trasformata in un giardino. I poderosi atterrazzamenti dei castagneti e degli oliveti, la furia dei fiumi deviata e sottomessa, le pianure prosciugate, le macchie incolte convertite in pinete coltivate.

Un lavoro immenso che aveva ridisegnato il territorio secondo un’invidiabile misura. Una mutazione quanto mai meritoria, poiché conseguente ad un’economia spesso d’avara sussistenza come quella legata alla “mezzadria”; eppure capace di suggellare, fra ambiente e intervento dell’uomo, un rapporto del tutto equilibrato.

Uno sforzo crescente che, verso la metà del secolo scorso, aveva raggiunto il proprio apogeo in una ordinata distribuzione fra città e campagna, fra seminativi e frutteti ed orti, oliveti e selve, boschi e prati d’alta quota. Non bisogna però dimenticarlo: una tale, così armonica partitura ambientale – come si diceva – era scaturita soltanto in virtù dell’intelligenza, del sacrificio e del dono di un’emarginata e quanto mai sfruttata condizione contadina.

Era perciò inevitabile come, con la radicale mutazione degli anni ‘60 del secolo scorso, gli effetti più esplosivi e vistosi del boom economico fossero – anche in Versilia – quelli di sconvolgere, dissipare e spazzar via le tracce d’una secolare civiltà agraria e, con essa, una consolidata riserva di competenze e di valori umani. Con la conseguenza immediata di una perdita d’attenzione verso l’assetto idrogeologico del territorio con tutte le nefaste conseguenze che ne sono derivate, per di più aggravate dalle impreviste mutazioni climatiche in atto. In verità, agli inizi delle macroscopici mutamenti, una così poderosa e rapida crescita e ridistribuzione della di ricchezza collettiva, anche sul versante agrario, era sembrata l’incipit di una insperata quanto magnificata fase di sviluppo.

Ne era una riprova lo smembramento della proprietà mezzadrile e, soprattutto nella piana camaiorese e viareggina, la costituzione di piccole unità produttive in proprio, con il passaggio a specializzate culture intensive assai più redditizie di quelle tradizionali (floricultura, fragole, ortaggi). In pochi anni, persino la visione del paesaggio apparve radicalmente mutata.

Abbattuti i frutteti (soltanto nella piana di Capezzano migliaia di alberi da frutto furono falcidiati) per dar luogo ad un’agricoltura industriale che alla gentilezza armoniosa d’antichi poderi-giardini sostituiva di colpo la tetra e anonima uniformità degli agglomerati di serre e capannoni. Che ai vetusti, eleganti cascinali abbattuti quasi che fossero un inguardabile residuo d’ataviche miserie, opponeva l’arroganza di pretensiose, palladiane villotte per parvenu deprivati persino delle loro secolari sapienze contadine.

Un’agricoltura al polietilene e veleni che ha ingigantito, di corsa come mai, la ricchezza diffusa ed i tumori. Un agricoltura spesso irresponsabile, più dedita al saccheggio dei terreni che ad una loro oculata e fertile preservazione per i versiliesi a venire.

Basta guardare com’essa, nel breve giro d’una generazione, abbia bruciato ogni spinta di questo suo recente successo, incapace com’è stata d’aggiornarsi e di crescere: riuscendo ad investire in un qualche progetto vincente le migliori e più giovani risorse del proprio capitale umano.

E lascia davvero da pensare come all’attuale, preoccupante stato di disoccupazione giovanile corrisponda uno stato d’abbandono così diffuso dei terreni.

Per una strada interna, è sufficiente oggi percorrere da Torre del Lago al golf del Cinquale, per percepirne tutta la sconfortante desolazione. Scheletri di serre abbandonate, brulle distese incolte, alberi risecchiti, ultimi brandelli di cascinali in rovina: sono l’immagine violenta d’un suburbio desertificato che quasi ci rammenta il passaggio d’una guerra.

E qui la Città Versilia avrà un futuro soltanto se davvero ricomincia a sanarne le ferite.

Obiettivi

Premessa. Se la dimensione media delle aziende agricole in Italia è 5 ha in Versilia le superfici agrarie sono molto più piccole e in mano in gran parte a hobbisti o ad operatori non professionali. Abbiamo quindi un problema di gestione e di frammentazione dei terreni. Occorrerebbe creare le premesse per “riaccorparli” in vista di nuove esigenze imprenditoriali del settore. Ciò anche in vista di un necessaria ridefinizione fra spazio urbano cementificato e spazio urbano agricolo e soprattutto per porre fine alla metastasi cementizia. Non v’è dubbio, infatti, che il riequilibrio ambientale (oggi così compromesso) non può che passare attraverso un rinnovato sviluppo delle attività agricolo-forestali ed un rilancio di un modello di sviluppo da cui dipende la stessa sopravvivenza dell’assetto strutturale di gran parte del territorio.

Selve e boschi. Riattivare la filiera legno-foresta, considerando la gestione del bosco come fattore economico e non solo conservativo. Consentire a privati e cooperative una attività di formazione e gestione e comunitaria dei boschi da effettuarsi in maniera volontaria ma incentivata. Valorizzazione della farina di castagne come volano per il recupero dei castagneti e la riattivazione della filiera di trasformazione (seccatoi, mulino, prodotti trasformati).

Oliveti. Il paesaggio versiliese di collina e di pianura è caratterizzato dalla coltivazione dell’olivo. La valorizzazione della varietà locale quercetana e la tutela del paesaggio sono fattori essenziali per il mantenimento della coltura. Considerando la premessa un consorzio volontario di gestione degli oliveti potrebbe sopperire a livello di economie di scala agli alti costi di gestione e scongiurare il problema dell’abbandono della coltura.

Viti. Incentivare una cultura locale della vite e evidenziarne le peculiarità più simili per molti versi alla valle del Rodano che al Bolgherese, potrebbe rendere la Versilia una nuova terra di vini. Le varietà locali più rappresentative sono la “barsaglina” e il “vermentino” bianco. Le superfici vitate non sono elevate ma concentrate in distretti qualitativamente pregevoli.

Orti. La realtà presente é quella della piccola orticoltura e frutticoltura. La sua peculiarità é nella conservazione di varietà locali e tecniche di coltivazioni tradizionali.

Floricultura. La sua espansione nell’arco di mezzo secolo (nel settore soprattutto dei garofani, del bulbifere, delle rose) è stata rapida quanto il suo attuale declino. Il Mercato dei Fiori di Viareggio avrebbe potuto espandersi, al pari o con quello di Pescia su basi interregionali (segno mancato di tale prospettiva, a sud della città, – come una cattedrale nel deserto – restano i tralicci del nuovo mercato incompiuto). Dalla crisi attuale forse si potrebbe uscire con incentivi ai giovani imprenditori che vogliano ripartire, anche su basi cooperative, soprattutto nel settore della vivaistica che resta senz’altro il più vivace.