di Michele Infantolino
La guerra in Ucraina, irrompendo nel tessuto della fragile contemporaneità continentale europea, ha imposto un fermo al progressivo ampliamento dei valori femministi, sospendendoli in un limbo di urgenze belliche e di nazionalismi risorgenti.
In questo scenario, il progresso verso l’uguaglianza di genere, faticosamente conquistato (o perlomeno, la direzione era quella giusta) in Europa nei decenni post-bellici, appare adesso eclissato da una narrazione dominata dalla difesa territoriale, dove il corpo femminile è tornato ad essere un campo di battaglia, letteralmente.
Riflettendo storicamente, tale regressione evoca gli echi delle epoche totalitarie, in cui il femminismo veniva sacrificato o derubricato ad una forma di isteria sociale, nel momento di piena espansione delle ideologie totalitarie dove il corpo femminile era nient’altro che un contenitore riproduttivo.
“La violenza sessuale nei conflitti è da sempre una tragica costante […] lo stupro assurgerà a strumento non solo di guerra, ma di vera e propria pulizia etnica.” sosteneva Marcello Flores in “Stupri di guerra: la violenza di massa contro le donne nel Novecento”.
Teoria confermata da un secolo di studi sul parallelismo donna-territorio, come spiegava Ruth Seifert, sociologa: “Il corpo della donna è dunque metafora del territorio. Gli stupri sono violenza, una forza sociale utilizzata per segnare il ‘noi’ e il ‘loro’, per segnare un luogo rappresentato come di per sé aggredibile e penetrabile.”
Al cuore di questa riflessione giace il dramma attuale dello stupro sistematico perpetrato dalle truppe russe nei territori ucraini occupati.
Secondo i rapporti dell’ONU, come il documento A/HRC/58/67, tali atti costituiscono crimini di guerra; sono centinaia i casi documentati dal 2022 al 2025.
Analogamente, l’OSCE ha registrato innumerevoli episodi di violenza sessuale contro i civili ucraini, qualificandoli come un sistema di tattiche deliberate per umiliare e sottomettere le popolazioni.
Questi dati, corroborati da esperti come la Special Rapporteur Alice Jill Edwards, rivelano un pattern sistemico, in cui lo stupro di massa è tornato ad essere uno strumento di dominio etnico e psicologico ed elimina decenni di fondamenta costruite sul consenso femminista sulle tematiche dell’autodeterminazione e dell’integrità corporea.
Il parallelismo storico accennato sopra aiuta a comprendere l’ignobile barbarie a cui stiamo assistendo.
In particolare, nel fascismo lo stupro emergeva come la forma primaria di ripudio radicale della soggettività femminile, ridotta ad un veicolo di riproduzione nazionale oppure – si pensi all’Etiopia- ad un trofeo di conquista.
Sotto il regime mussoliniano, il corpo della donna era totalmente assoggettato alle politiche demografiche coercitive, e la violenza sessuale, spesso taciuta, serviva anche a rafforzare, a lungo termine, le gerarchie patriarcali e razziali sognate dal regime.
Vinzia Fiorino, storica italiana, nelle sue analisi sulla psichiatria fascista, evidenzia come le donne deviate dal modello ideale – madri prolifiche e sottomesse – fossero represse attraverso le istituzioni manicomiali, simboleggiando il ripudio sistemico che echeggia nelle violenze odierne nei territori occupati del Donbas.
Parimenti, Andrea Graziosi, eminente studioso di totalitarismi sovietici e ucraini, ha delineato i paralleli tra le repressioni staliniane e fasciste del Novecento, dove la violenza di genere operava come un meccanismo pervasivo e degradante di controllo sociale, e gli stilemi attuali.
Tale violenza, brutale e umiliante nelle sue manifestazioni coercitive, patriarcali e totalitarie, infliggeva- ed infligge- delle ferite psicologiche persistenti e cicliche, che perpetuavano – e perpetueranno – una serie di traumi intergenerazionali.
Graziosi sottolinea come queste dinamiche oppressive, subdole e alienanti, non solo sopprimono l’agency femminile, ma rinforzavano le narrazioni autoritarie, trasformando il corpo delle donne in un simbolo di sottomissione collettiva.
A integrare questa prospettiva storica, emergono tante voci femministe ucraine impegnate nella denuncia della guerra attuale.
Marta Havryshko, storica e ricercatrice femminista presso l’Accademia Nazionale delle Scienze d’Ucraina, analizza la violenza sessuale russa come una tattica deliberata e genocida, radicata nei pattern storici di dominio coloniale – di nuovo, si pensi all’Etiopia -, dove lo stupro funge anche da arma per disintegrare non solo il singolo individuo, ma le comunità e le identità nazionali nella propria interezza.
La sua indagine, intrisa di empatia attivista, evidenzia inoltre come queste atrocità, innegabilmente sistematiche e traumatizzanti, sfidino il femminismo globale a riconoscere e riportare la lotta intersezionale, e la lotta di genere in particolare, come fronte di sfida contro la regressione sociale a cui stiamo assistendo.
Similmente a Marta Havryshko, anche Oksana Kis, antropologa femminista e presidente dell’Associazione Ucraina per gli Studi Femministi, esplora come la guerra in corso stia amplificando le disuguaglianze patriarcali – tra l’altro in un Paese, come l’Ucraina, che stava faticosamente compiendo dei passi avanti in una società ancora intrisa di tradizionalismo -, trasformando lo stupro in uno strumento di terrore etnico che ha – speriamo non definitivamente – eroso le conquiste femministe post-sovietiche.
Kis mantiene un approccio solidale e invoca, appunto, una nuova resistenza intersezionale, dove la solidarietà transnazionale possa contrastare il ripudio fascista e nazionalista del corpo femminile e dove possa essere promossa una rinascita resiliente dei valori di genere.
In questa prospettiva, la guerra ucraina non solo ha congelato i valori femministi, ma ci sfida ad una necessaria rinascita: dal silenzio imposto dal conflitto, emerge l’imperativo di una resistenza globale, affinché il ripudio fascista del passato non infetti il presente.
Solo riconoscendo questi orrori, solo accettando di essere in un mondo multipolare che sta pericolosamente regredendo, potremo riaffermare un femminismo resiliente, al di là delle frontiere.