di Michele Infantolino
Premessa, con qualche ricordo d’infanzia: mio nonno possedeva una Fiat Uno rossa. Quando veniva a prendermi all’uscita da scuola, la vedevo arrivare da centinaia di metri di distanza. Era di un rosso acceso, quasi incendiario, e brillava sotto la luce del sole. Anche il resto della famiglia, dai parenti più stretti a quelli più lontani, possedeva automobili rosse, gialle, blu o verdi: un vero arcobaleno di colori, tanto nelle umili utilitarie quanto nelle vetture di lusso.
Lo stesso valeva per le abitazioni. Gli interni erano vivaci e ricchi di personalità: alcune case, simbolicamente legate all’Italia devota e cristiana del dopoguerra, erano colme di ninnoli e tinte delicate; altre, invece, sfoggiavano colori più accesi, con pareti, arredamenti e chincaglierie che sembravano emergere direttamente dalla pop art degli anni Settanta.
Un anziano amico di famiglia — ex partigiano, cercatore di funghi e cacciatore — aveva trasformato il retro della propria casa di campagna in un personale capanno-magazzino. E lo aveva fatto in modo sorprendentemente variopinto: contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati da un luogo di lavoro, il verde militare, il blu acquamarina e diverse sfumature di giallo e bianco decoravano i piani di lavoro e le suppellettili.
Ripensandoci oggi, mi rendo conto di quanto la mia infanzia sia stata immersa nei colori. Era una gioia continua per gli occhi: il rosso vivo delle automobili, le cucine sgargianti, i mobili lucidati dal tempo, gli oggetti eccentrici accumulati nelle case e nei garage. Tutto sembrava possedere una propria identità cromatica, una propria anima visiva. È difficile non pensare che le generazioni di ragazzini di oggi, cresciute nell’epoca del grigio, del nero opaco e del monocromatico, non possano vivere quella stessa intensità estetica, quel piccolo stupore quotidiano che nasceva semplicemente dall’osservare il mondo intorno a sé.
C’è qualcosa di profondamente uniforme nelle città contemporanee. Non soltanto nelle grandi metropoli globali, ma anche nei piccoli centri urbani, nei quartieri periferici, nelle aree commerciali di provincia. Camminando lungo una strada inaugurata di recente, osservando un nuovo complesso residenziale o un parcheggio qualunque, emerge una stessa impressione: il colore sta lentamente scomparendo.
Il fenomeno riguarda quasi ogni dimensione del paesaggio urbano. Le pavimentazioni pubbliche sono dominate da cemento, resine e asfalti antracite; i nuovi edifici alternano vetro, acciaio e facciate bianche o grigie; le automobili si concentrano sempre più sulle tonalità neutre; persino il vestiario quotidiano sembra aver abbandonato le cromie intense a favore di beige, nero, tortora e bianco ottico. Non è soltanto una moda estetica, è un cambiamento culturale profondo.
L’idea che il mondo contemporaneo stia perdendo colore è stata recentemente rilanciata da un saggio pubblicato da The Culturist, che collega questa trasformazione a una lunga tradizione occidentale di diffidenza verso il colore stesso. L’impressione, tuttavia, trova riscontro anche in studi empirici. Una ricerca del Science Museum Group britannico, realizzata attraverso tecniche di computer vision su oltre 7.000 oggetti industriali prodotti dal 1800 a oggi, ha mostrato come negli ultimi decenni la palette cromatica degli oggetti quotidiani si sia drasticamente ristretta, con una forte crescita di grigi, neri e tonalità neutre.
L’automobile costituisce forse l’esempio più evidente di questa mutazione. Secondo i principali rapporti internazionali sul settore, oltre l’80% delle nuove auto prodotte nel mondo appartiene ormai alla gamma monocromatica composta da bianco, nero, grigio e argento. Nei decenni passati, al contrario, le strade erano attraversate da verdi scuri, blu intensi, amaranto, gialli ocra, rosso mattone. Oggi il colore acceso appare quasi un’eccezione.
La spiegazione più immediata riguarda il mercato. Le aziende preferiscono tonalità neutre perché riducono il rischio commerciale, sono considerate più eleganti, più “trasversali”, più facilmente rivendibili. Il grigio e il nero trasmettono affidabilità, sobrietà, neutralità sociale. Una facciata grigia difficilmente suscita rigetto; una facciata arancione o verde oliva, invece, espone a giudizi più divisivi. L’estetica contemporanea tende dunque verso ciò che minimizza l’attrito.

Ma il fenomeno è più antico e più complesso della semplice logica commerciale. Il teorico dell’arte David Batchelor, nel suo celebre Chromophobia, sostiene che la cultura occidentale abbia storicamente associato il colore a qualcosa di instabile, superficiale o persino pericoloso. Fin dall’antichità filosofica, il colore viene spesso contrapposto alla forma: la forma sarebbe razionale, ordinata, permanente; il colore, invece, mutevole, sensoriale, emotivo.
Platone considerava il mondo sensibile una dimensione ingannevole rispetto alla purezza delle idee. Aristotele, nella Poetica, arrivò a sostenere che una composizione priva di colore ma dotata di buona struttura potesse risultare superiore a una ricca di cromie ma priva di ordine. Questa gerarchia fra forma e colore attraversa gran parte del pensiero occidentale e riemerge con forza nell’estetica moderna.
Nel Novecento il modernismo architettonico radicalizza ulteriormente questa tendenza. Adolf Loos, nel celebre saggio Ornamento e delitto, interpreta decorazione e ornamento come residui primitivi incompatibili con la modernità industriale. La purezza geometrica diventa sinonimo di progresso. Da qui nasce un’estetica urbana che privilegia superfici lisce, colori neutri, materiali industriali e sottrazione decorativa. Molti dei paesaggi urbani contemporanei — dagli uffici direzionali ai nuovi condomini — sono figli diretti di questa visione.
Il sociologo Richard Sennett ha osservato come la città contemporanea tenda progressivamente a eliminare complessità e frizioni percettive in favore di ambienti controllati e standardizzati. Anche il colore, in questo processo, diventa un elemento da moderare. Le nuove aree urbane devono risultare “ordinate”, facilmente replicabili, universalmente accettabili. È la stessa logica che guida il design globale dei marchi commerciali: loghi monocromatici, interni minimali, identità visive neutre.
Persino il cinema e le piattaforme digitali riflettono questa trasformazione. Molti film contemporanei adottano color grading freddi e desaturati, dominati da blu e grigi metallici. Parallelamente, numerose aziende hanno progressivamente abbandonato loghi colorati per approdare al bianco e nero. La neutralità visiva è diventata sinonimo di serietà.
Eppure il colore non è soltanto decorazione. Il pittore Vasilij Kandinskij lo definiva una forza capace di “influenzare direttamente l’anima”. Il colore costruisce memoria, orientamento, identità collettiva. Le città storiche mediterranee — da Lisbona a Napoli — possedevano una varietà cromatica derivata dai materiali locali, dalla luce naturale, dalle tradizioni artigianali. L’uniformità contemporanea rischia invece di produrre paesaggi intercambiabili, privi di radicamento visivo.
Non si tratta di invocare un ritorno nostalgico all’eccesso decorativo. La questione riguarda piuttosto l’equilibrio fra ordine e vitalità percettiva. La monocromia contemporanea sembra riflettere una cultura che privilegia controllo, standardizzazione e prudenza estetica. In questo senso, il trionfo del grigio non è semplicemente una tendenza del design, è il linguaggio visivo di un’epoca che teme l’eccesso, la dissonanza e perfino la spontaneità sensoriale.