Matteo Malasoma
Quando ad esordire nella musica sono giovani con grande talento come Matteo Malasoma fa piacere conoscerli meglio e scoprire cosa guida quello che fanno, da poco è uscito il suo singolo d’esordio “E ci pensi mai” che ci ha colpito 😉
1. Matteo Malasoma, classe 2003, nato a Marino ma cresciuto a Pisa. Quanto hanno influito questi contesti geografici e culturali così diversi nella tua formazione e nell’approccio alla cultura hip hop?
Essere nato a Marino e poi essere cresciuto a Pisa mi ha dato, in qualche modo, una sensazione di doppia appartenenza. Non credo di aver vissuto questa cosa in modo troppo “geografico” o consapevole all’inizio, però col tempo mi sono accorto che certi spostamenti, certi cambi di contesto, influenzano il modo in cui guardi.
Pisa è il posto in cui sono cresciuto davvero, dove ho costruito le mie relazioni, le mie abitudini, i miei riferimenti. Allo stesso tempo sento che nel mio modo di scrivere c’è sempre un senso di ricerca, come se stessi cercando un posto preciso. Il Rap, per me, è arrivato anche per questo: perché è un linguaggio che ti permette di partire da dove sei, dalla tua storia, dal tuo modo di vedere il mondo, e trasformarlo in qualcosa che può parlare anche ad altri.
2. Il tuo primo contatto con la musica è avvenuto da bambino attraverso la batteria, uno strumento puramente ritmico. Come è avvenuto il passaggio dalle percussioni alla parola scritta, e in che modo lo studio del ritmo influenza ancora oggi il tuo Keyflow e la struttura delle tue barre?
La batteria è stata il mio primo modo di entrare davvero nella musica. Prima ancora delle parole c’era il ritmo. Credo che questo mi sia rimasto molto, anche quando poi ho iniziato a scrivere. Per me una frase non deve solo “dire” qualcosa, deve anche cadere bene, avere un peso, un movimento.
Il passaggio alla parola scritta è arrivato in modo naturale, quando ho iniziato a sentire il bisogno di dare forma a quello che avevo dentro. Quando scrivo penso molto a come le parole si incastrano sulla base: le pause, gli accenti, le ripetizioni, o le dinamiche. La batteria mi ha insegnato tutto questo.
3. Il debutto discografico ufficiale avviene sotto la guida di Rio Flo per AIDA Music e Buenaonda. Com’è nato questo sodalizio professionale e come si è sviluppato il lavoro in studio per dare forma al tuo stile?
Il lavoro con Rio Flo è nato in modo molto naturale. Fin da subito c’è stata la possibilità di confrontarmi con una figura capace di aiutarmi a mettere ordine nelle idee, senza snaturare
quello che volevo dire. Per un artista all’inizio del suo percorso è importante trovare qualcuno che non cerchi solo di “aggiustarti”, ma che ti aiuti a capire meglio la direzione.
In studio il lavoro è stato questo: partire dalle mie parole, dalle immagini e dalle sensazioni che volevo raccontare, e cercare una forma sonora che fosse coerente. Rio Flo ha avuto un ruolo importante nel dare al brano una struttura e un’identità più definite, lavorando sull’equilibrio tra scrittura, interpretazione e produzione.
4. Essere un artista emergente nel panorama musicale attuale richiede una grande determinazione. Quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato nel far comprendere la tua urgenza espressiva e il tuo bisogno di autenticità?
Una delle difficoltà principali è riuscire a far capire che dietro un progetto emergente non c’è solo la voglia di pubblicare una canzone, ma un bisogno reale di comunicare qualcosa. Oggi esce tantissima musica e tutto corre molto veloce, quindi a volte il rischio è che venga guardata prima la superficie: i numeri, l’immagine, il formato, l’impatto immediato.
Per me invece era importante partire da una cosa vera. Non volevo costruire un personaggio troppo distante da quello che sono, né inseguire una formula solo perché funziona. La difficoltà sta proprio nel trovare un equilibrio tra il voler arrivare alle persone e il non perdere il centro del discorso. L’autenticità, per me, non è mostrarsi perfetti o sempre coerenti: è avere il coraggio di portare anche confusione, dubbi e fragilità dentro la musica.
5. Il comunicato anticipa che da settembre sarai impegnato con i tuoi primi live. Cosa dobbiamo aspettarci da questa dimensione dal vivo e come ti stai preparando a impattare con il pubblico dopo il lavoro in studio?
La dimensione live sarà un passaggio molto importante, perché per me MalaSoma non deve restare solo un progetto da studio. Portare i brani dal vivo significa capire davvero come respirano davanti alle persone, come cambiano quando non sono più soltanto una registrazione, ma diventano presenza.
Mi sto preparando lavorando sia sull’interpretazione sia sulla costruzione del live set. Voglio che ci sia spazio per i brani originali, a partire da “Ci pensi mai”, ma anche per alcune cover di artisti che sento vicini al mio percorso e che possono aiutare a raccontare meglio il mondo da cui arrivo. L’obiettivo non è fare un live perfetto e freddo, ma creare un momento vero, in cui le parole arrivino.
In parallelo sto continuando a lavorare a nuova musica: entro settembre l’obiettivo è pubblicare almeno un altro brano e iniziare a portare MalaSoma dal vivo. Sarà un modo per far capire che “Ci pensi mai” non è un episodio isolato, ma il primo passo di un percorso che sta prendendo forma.