di Michele Infantolino
Nel 1950, durante una conversazione informale alla mensa del Los Alamos National Laboratory,
Enrico Fermi pose una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: «Dove sono tutti?». Il contesto
era quello delle discussioni sulla possibilità di compiere dei viaggi interstellari e sull’esistenza di civiltà
extraterrestri. Il fisico italiano osservò che, considerato che nell’universo esistono miliardi di stelle
simili al Sole e che una parte di esse possiede pianeti potenzialmente adatti alla vita, una civiltà
tecnologicamente avanzata avrebbe avuto, almeno in teoria, un tempo più che sufficiente per
diffondersi nella galassia. Eppure continuiamo a non vedere nessuno. Continuiamo a non ricevere
segnali inequivocabili né osserviamo artefatti; in sintesi, non incontriamo tracce di civiltà precedenti
alla nostra.
È questo il cuore del cosiddetto paradosso di Fermi. Un paradosso che certifica la contraddizione
apparente fra l’immensità dell’universo e l’assenza di evidenze della presenza di altre civiltà
intelligenti. Le possibili risposte, o per meglio dire teorie, sono numerose e, proprio per questo, il
paradosso ha assunto anche un profondo significato filosofico.
Una delle più radicali è l’ipotesi della Terra rara, associata all’astronomo Peter Ward e al geologo
Donald Brownlee. Tale ipotesi considera che la vita semplice non sia così eccezionale, ma che la
comparsa di organismi complessi e soprattutto di un’intelligenza tecnologica capace di viaggiare per
l’universo richieda una combinazione talmente improbabile di condizioni da rendere la nostra civiltà
un evento quasi irripetibile.
Un’altra possibilità conduce al cosiddetto Grande Filtro, concetto sviluppato da Robin Hanson.
Esisterebbe, lungo il percorso che conduce dalla materia inerte a una civiltà capace di colonizzare lo
spazio, almeno un passaggio estremamente improbabile. Il problema filosoficamente più inquietante
è capire dove si trovi questo filtro. Se fosse alle nostre spalle — per esempio nell’origine della vita
oppure nella comparsa dell’intelligenza — allora potremmo essere straordinariamente fortunati. Se
invece fosse davanti a noi, potrebbe rappresentare qualcosa che le civiltà tecnologiche tendono
inevitabilmente a incontrare. In pratica, un’autodistruzione, un esaurimento delle risorse, conflitti
finali, collassi ecologici oppure la semplice incapacità di governare la propria potenza tecnologica.
C’è poi una risposta più prudente, ovvero che forse non stiamo cercando nel modo giusto. Il fisico e
astronomo Carl Sagan ricordava quanto fosse pericoloso confondere l’assenza di evidenza con
l’evidenza dell’assenza. Una civiltà extraterrestre potrebbe infatti comunicare attraverso una serie di
tecnologie che noi non possediamo, oppure utilizzare forme di energia che noi non sappiamo
riconoscere, oppure ancora trovarsi a distanze tali da rendere il contatto praticamente impossibile.
Persino l’esistenza di vita intelligente non implica necessariamente il desiderio o la possibilità di
comunicare.
L’ipotesi dello zoo, formulata in varie forme da scienziati come John Ball, immagina invece che civiltà
più avanzate conoscano la nostra esistenza ma scelgano deliberatamente di non interferire con il
nostro sviluppo. In questa prospettiva, il silenzio non sarebbe un’assenza, ma una decisione
consapevole. Una variante ancora più radicale suggerisce che le civiltà possano aver raggiunto livelli
tecnologici tali da rendere irrilevante l’esplorazione fisica dello spazio, preferendo dimensioni
dell’esistenza che per noi sono ancora inconcepibili (vedasi teoria delle stringhe).
E poi c’è la risposta più semplice, e forse la più spaventosa: potremmo essere soli. È questa
possibilità, forse più di tutte le altre, a conferire al paradosso la sua forza ontologica. Se davvero
l’intelligenza fosse comparsa una sola volta nell’immensità cosmica, allora la nostra esistenza
assumerebbe un valore completamente diverso. Non perché l’universo sia stato creato per noi,
beninteso, né perché noi siamo intimamente più importanti del resto dell’universo, ma perché noi
saremmo uno dei rarissimi luoghi in cui l’universo è diventato capace di interrogare sé stesso.
Il paradosso di Fermi, dunque, non si domanda soltanto dove siano gli extraterrestri. Si domanda,
soprattutto, che cosa significhi essere qui. Ci ricorda che la nostra conoscenza è confinata ad una
porzione minuscola dello spazio e del tempo cosmico e che persino le nostre certezze più profonde
poggiano su una quantità infinitesimale di esperienza. Oggi disponiamo di strumenti infinitamente più
sofisticati di quelli immaginabili ai tempi di Fermi. Abbiamo scoperto migliaia di esopianeti, studiato le
atmosfere di alcuni mondi lontani e sviluppato dei programmi scientifici dedicati alla ricerca di segnali
e di possibili tracce di vita. Eppure, fino a prova contraria, non abbiamo ancora trovato nessuno.
Forse il silenzio è temporaneo. Forse siamo troppo giovani. Forse siamo troppo lontani. Forse siamo
soli.
Ma c’è una conclusione che non dipende dalla risposta che troveremo: la nostra casa, oggi, è la
Terra. Non sappiamo se esista un altro luogo abitabile, né se un giorno saremo capaci di
raggiungerlo. Non sappiamo se “qualcuno” arriverà e ci aiuterà da un lontano pianeta. Sappiamo
invece che questo piccolo pianeta ha prodotto la sola biosfera che conosciamo e l’unica civiltà di cui
abbiamo certezza. Per questo, mentre continuiamo legittimamente a cercare vita oltre il nostro
mondo, dovremmo ricordare che la domanda più urgente non è soltanto «Dove sono tutti?», ma
anche «Che cosa stiamo facendo della nostra casa?». Se l’universo è davvero così grande e
silenzioso, la Terra potrebbe essere molto più preziosa di quanto siamo capaci di comprendere.
Forse, questo pianeta è un dono di cui dovremmo essere grati e che dovremmo proteggere come un
membro della nostra famiglia. La famiglia degli esseri umani.