di Michele Infantolino
C’è una formula che ricorre sempre più spesso nel linguaggio della destra italiana: «cultura giudaico-cristiana e romana». La si sente evocare ogniqualvolta si parla di politiche identitarie, di famiglia, di Europa, di immigrazione, di radici culturali. È diventata una sorta di genealogia politica. Roma, il cristianesimo, l’Occidente e, infine, la destra che si presenta come il custode naturale di questa lunga tradizione, in confronto con la sinistra – e il centro – cattivi e amici degli impuri. È una narrazione efficace, perché offre al presente la rassicurante autorevolezza del passato. Peccato che, quando si guarda davvero alla storia, quella continuità così lineare cominci rapidamente a sgretolarsi.
Basta partire proprio da Roma. La società romana non assomigliava quasi per nulla a quella che oggi viene evocata attraverso slogan come «Dio, patria e famiglia». Era una società profondamente gerarchica e fondata sulla schiavitù. La distinzione fra i cittadini e i non cittadini, fra gli uomini e le donne, fra i liberi e gli schiavi attraversava ogni aspetto della vita sociale. Moses I. Finley, uno dei più importanti storici dell’antichità, ha definito il mondo romano una vera e propria «società schiavistica», sottolineando quanto la schiavitù fosse strutturale e non semplicemente una presenza marginale (Ancient Slavery and Modern Ideology, 1980). Già questo dovrebbe bastare a mettere in guardia chiunque voglia trasformare Roma in un modello politico contemporaneo. Ma c’è un’altra parte della società romana che la retorica tradizionalista tende curiosamente a dimenticare: quella dei costumi.
La Roma antica era infatti molto meno pudica di quanto la sua versione contemporanea lasci immaginare. Prostituzione, concubinato, relazioni extraconiugali e rapporti tra persone dello stesso sesso facevano parte della vita quotidiana. La sessualità era rappresentata apertamente nell’arte, nella letteratura e nella cultura materiale, mentre il confine fra ciò che era socialmente accettabile e ciò che non lo era dipendeva soprattutto dallo status personale e dal rapporto di potere. Thomas A. J. McGinn ha mostrato quanto prostituzione e sessualità fossero intrecciate alla struttura giuridica e sociale della Roma imperiale (Prostitution, Sexuality, and the Law in Ancient Rome, 1998).
Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato trasformare Roma nella caricatura opposta, quella di una società libertina e senza regole. Avete mai sentito la frase di Cicerone riferita a Giulio Cesare, definito come «il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti»? Spesso, chi poteva vantare una cultura intrisa di grecità, era apertamente e orgogliosamente bisessuale. I Romani non possedevano, infatti, le nostre categorie moderne di orientamento sessuale e la loro relativa disinvoltura conviveva con una società, come detto, duramente gerarchica. Il punto, però, è proprio questo: ovvero come la realtà storica sia molto più complessa dello stereotipo che oggi viene utilizzato politicamente. Persino Augusto, celebrato come restauratore dell’ordine morale romano, sentì la necessità di intervenire con una legislazione specifica sull’adulterio, sul matrimonio e sui costumi. La cosiddetta Lex Iulia de adulteriis coercendis mostra, paradossalmente, quanto l’ordine morale dovesse essere continuamente costruito e imposto.
La stessa cosa accade quando si parla di identità. Nella narrazione contemporanea Roma viene spesso evocata come esempio di civiltà omogenea, orgogliosa delle proprie radici e ostile alla contaminazione. Ma Roma fu precisamente il contrario di una società immobile – e non solo, come spesso si sente dire, nei secoli delle invasioni barbariche. La sua storia è fatta di conquiste, di migrazioni, di assimilazioni, di mescolanze culturali e di progressiva estensione della cittadinanza sin dalle origini, sin dai tre conflitti delle guerre sannitiche, dal 343 al 290 a.C, che lanciarono Roma nella conquista della penisola italica. La romanità non fu sempre qualcosa che si ereditava, fu soprattutto qualcosa che si acquisiva coi trattati e con l’assimilazione – mantenendo con orgoglio le proprie particolarità regionali. Mary Beard lo ha sintetizzato in una formula particolarmente efficace: «Roman was something you could become». Essere romano poteva, cioè, diventare una condizione politica e giuridica, non necessariamente il risultato di un’origine. Nel corso dei secoli, persone provenienti dalle province più diverse dell’Impero entrarono nella società romana e, nel 212 d.C., la Constitutio Antoniniana estese la cittadinanza alla quasi totalità degli uomini liberi dell’Impero (SPQR: A History of Ancient Rome, 2015). È difficile non vedere il paradosso. Mentre oggi una parte della destra italiana costruisce la propria idea di appartenenza attorno alla difesa di un’identità percepita come minacciata dall’esterno, la storia di Roma racconta una vicenda nella quale l’identità stessa si trasformò continuamente attraverso l’incontro con l’altro.
Il paradosso diventa ancora più evidente quando alla romanità si aggiunge l’espressione «giudaico-cristiana», come se Roma e cristianesimo fossero stati fin dall’inizio parti di un’unica tradizione. Risposta breve: non lo furono.
Il cristianesimo nacque all’interno del mondo ebraico e si sviluppò dentro l’Impero romano, trasformandolo progressivamente. Per secoli fu una presenza estranea e talvolta percepita come pericolosa. Solo molto più tardi diventò religione privilegiata dell’Impero e poi religione ufficiale. Peter Brown ha mostrato quanto sia riduttivo leggere questo passaggio come una semplice sostituzione della vecchia Roma con una nuova Roma cristiana. La tarda antichità fu piuttosto un lungo processo di trasformazione, nel quale religione, società, istituzioni e cultura cambiarono reciprocamente (The World of Late Antiquity, 1971; Power and Persuasion in Late Antiquity, 1992). Per lunghi secoli, paganesimo e cristianesimo convissero – non senza difficoltà, beninteso – dentro e fuori dai confini dell’Impero. Lo stesso cristianesimo dei primi secoli ha ben poco del cristianesimo cattolico praticato oggi, tra l’altro. Il cristianesimo delle origini era un mosaico fluido e policentrico, privo della struttura verticistica e dei dogmi codificati del cattolicesimo odierno. Lungi dal riconoscere un’autorità papale centralizzata, le prime comunità vivevano una dimensione domestica e clandestina, animate da una fervida attesa escatologica. La dottrina stessa non era monolitica, bensì un alveo fecondo in cui coesistevano correnti eterogenee, dall’ebraismo cristiano allo gnosticismo. Solo i successivi concili ecumenici, inaugurati dall’era costantiniana, modellarono quell’ortodossia istituzionale, gerarchica e monumentale che ha poi definito i tratti della Chiesa cattolica contemporanea, trasformando un movimento carismatico in una complessa istituzione universale. In pratica, quell’universo destrorso odierno che si dichiara ultra-religioso dovrebbe considerare l’antica Roma cristiana, come minimo, blasfema e disinorabile.
È dunque curioso che proprio la destra contemporanea, che spesso parla della storia come di qualcosa da preservare contro le trasformazioni della modernità, scelga come fondamento della propria identità una civiltà che cambiò continuamente. La questione, allora, non è negare l’importanza della tradizione romana o cristiana nella formazione dell’Europa. Sarebbe assurdo. È piuttosto contestare l’uso politico che ne viene fatto, l’idea che da quelle tradizioni discenda naturalmente una precisa concezione contemporanea della famiglia, della nazione, dei confini o dei rapporti sociali, e piegare tutto ciò a fini elettorali e virulenti. È questa la parte più ideologica della narrazione. Si prende una storia lunga secoli, piena di fratture e contraddizioni, e la si trasforma in una linea retta: Roma, cristianesimo, Europa, Occidente, identità nazionale. Poi, alla fine della linea, quasi come se fosse l’esito naturale di duemila anni di storia, ci si colloca politicamente.
Ma la storia non funziona così. Non è un’autostrada che conduce inevitabilmente al presente. È un intreccio di possibilità, conflitti, contaminazioni e cambiamenti. E proprio Roma, più di molte altre civiltà, dovrebbe insegnarcelo. Roma fu autoritaria e cosmopolita, patriarcale e sessualmente molto più disinvolta di quanto suggerisca la morale contemporanea, schiavista e al tempo stesso capace di estendere progressivamente la cittadinanza, violenta nella conquista e straordinariamente permeabile alle culture che incontrava. Non fu un modello coerente di ciò che oggi chiamiamo «valori tradizionali», anzi. Fu una società complessa, attraversata da tensioni e trasformazioni continue. Per questo c’è qualcosa di quasi paradossale nel tentativo della destra di appropriarsi di Roma per difendere un’identità immobile. Perché se c’è una cosa che la storia romana non dimostra è proprio l’idea che una civiltà possa conservarsi rimanendo identica a se stessa.
Roma cambiò. E cambiando diventò Roma.
Forse è questa la lezione che dovremmo recuperare, prima ancora dei simboli, delle aquile e delle citazioni latine. Non usare il passato per costruire muri intorno al presente, ma comprenderlo abbastanza bene da accettare che ogni identità è il risultato di incontri, trasformazioni e contaminazioni. La vera romanità, insomma, non è una fortezza. È una storia. E una storia, per definizione, non sta mai ferma.
Bibliografia essenziale
- Mary Beard, SPQR: A History of Ancient Rome, Profile Books, London, 2015.
- Moses I. Finley, Ancient Slavery and Modern Ideology, Viking Press, New York, 1980.
- Thomas A. J. McGinn, Prostitution, Sexuality, and the Law in Ancient Rome, Oxford University Press, Oxford, 1998.
- Thomas K. Hubbard (a cura di), Homosexuality in Greece and Rome: A Sourcebook of Basic Documents, University of California Press, Berkeley, 2003.
- Catharine Edwards, The Politics of Immorality in Ancient Rome, Cambridge University Press, Cambridge, 1993.
- Peter Brown, The World of Late Antiquity: AD 150–750, Thames & Hudson, London, 1971.
- Peter Brown, Power and Persuasion in Late Antiquity: Towards a Christian Empire, University of Wisconsin Press, Madison, 1992.